(chi pensa (ancora) il cinema)
Ci pensa da solo, il cinema. Impressiona, dopo più di un secolo
(scomparsa quindi fisicamente già una prima intera generazione
di 'uomini immaginari'; e proporrei come secolo 'finito' del cinema
quello debordante che va dal 28 dicembre
1985 all'11 settembre 2001, tanto per essere ancor più chiari),
constatare e risentire la distanza che ancora ci separa da esso, e
ancor più la 'distanza' immessa e insieme rivelata dal cinema
come qualità essenziale della forma (del) 'vedere'.
La 'proiezione' di desideri sulla proiezione/cinema, e il cinema stesso
come proiezione di desideri molteplici di ricerca gioco rappresentazione
spettacolo, sembrano lontani e siderali, utopie da fantascienza (che
siano biblioteche di babele o invenzioni di morel) rispetto alla relativa
cristallizzazione spettacolarindustriale della forma cinema. Anche
se poi basta pensare un istante e nell'istante al dispiegarsi del
cinema nei mondi paralleli televisivi, alla proliferazione rizomatica
e all'intrecciarsi e intersecarsi dei modi di vedersi e del vedersi
vedere e veder vedersi nelle reti, per trovarci di fronte, proprio
faccia a faccia, con la sostanziale obliquità dell'immagine,
con l'ambiguità di essa insieme potenziata e rinviata dall'illusione
enfatizzata del movimento, con la 'distanza' infine che essa incarna
rispetto al desiderio stesso (che a molti pare ingenuamente 'realizzato'
tecnicamente e artisticamente dall'avverarsi e inverarsi dell'immagine
sinteticodigitale) di condensare in essa la cosa e il nome della cosa
fino a condensarci 'noi' (l'impersonalità evidente e semplice
della macchina cinema sembra fatta apposta per permetterci di trovare
un soggetto nell'accumulazione, nella
ripetizione ossessiva di stampo fotogrammatico, nella clonazione)
e a riconoscerci in essa.
Negli incontri di quest'anno, tra persone e proiezioni, tra persone
che pensano e film che un giorno furono certo forse pensati, tra persone
e le loro proiezioni nei loro film o in altrui film, tra persone e
la loro immagine ripresa e rappresa in film, tra film e persone che
li guardano e li riguardano, più che un gioco inevitabile di
sguardi si intenderebbe promuovere una sorta di 'sospensione di epifanie',
di confronto tra il 'pensare il cinema' e il 'pensare automatico'
che è stato preso in carico dal cinema, tra chi crede di poter
pensare il cinema e il 'chi'
che è invece pensato ipotizzato raggiunto oltrepassato dal
cinema (incontro tra fantasmi, forse, tanto più 'reale' quanto
più capace di porsi o di immaginarsi nello spessore fantomatico,
nella distanza spettrale, nella trasparenza invisibile in cui consiste
il cinema). 'Ci pensa il cinema', dicevamo. Felice ambiguità,
nella lingua italiana, di quel 'ci'. Insieme soggetto plurale che
diventa oggetto sociale (il cinema ci pensa, pensa 'noi'), e oggetto
e destinazione impersonale di cura e di attenzione (a ciò,
a questo, a quello, 'ci' pensa il cinema). Tra il 'chi' e il 'ci',
tra il soggetto in quanto domanda e la risposta di un impersonale
potente e diffuso, la fragilità assoluta e l'assoluta impermeabilità
dell'immagine, che può lacerarsi o spezzarsi in mille pezzi
e all'istante essere l'immagine del proprio strapparsi e frammentarsi,
rianagramma iperbolico di cui il rudimento-cinema ci consegna più
il sospetto che l'enigma senza chiave.
enrico ghezzi
Sezione cinema
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