I luoghi del lavoro


Anche nel passato la gita fuori porta è stata vissuta come un eccitante viaggio d'evasione, meglio poi se associata al piacere della buona tavola e della buona compagnia.
I luoghi deputati erano per i più fortunati le ville, per i meno abbienti le osterie, magari con alloggio.
Ben presto anche le fabbriche ebbero la loro notorietà, grazie soprattutto alle nobildonne milanesi che vollero sperimentare da vicino il fremito possente delle macchine in movimento e sentire dal vivo il canto ora ritmico ora lamentoso delle filandere al lavoro.
L'andar per fabbriche divenne allora una sorta di impegno sociale verso i meno fortunati; in alcuni casi una mera forma di esibizionismo da nuova era. Passata la moda, però, il nulla.
I nostri giorni vedono l'abbandono, l'obsolescenza, il degrado, in alcuni casi il tentativo maldestro di ripristinare spazi desueti, in nome di un recupero il più delle volte irrispettoso.
Cosa rimane ora dei luoghi del lavoro?
Potremmo dire l'impalcatura, l'ombra di un contenitore, le impronte fossili, mute testimonianze di un'epoca che non è più.
Spaccati di una civiltà che ora fotografiamo nel suo divenire per illustrarne il percorso nella sua pienezza, come ebbe a dire Siegfried Giedion: «Lo storico deve ordinare in dimensioni storiche l'esperienza che frammentariamente viviamo giorno per giorno cosicchè, al posto dei fatti singoli, risulti chiara la curva degli avvenimenti» (Mechanization Takes Command, 1948).
La nostra storia muove, dunque, dagli ammaestramenti di Giedion, ma anche dagli ammonimenti di Carlo Cattaneo il quale, nel 1844, ricordava di non trascurare la grandezza del nostro territorio che per «nove decimi non è opera di natura; è opera delle nostre mani».
Cogliere il senso di quest'avvertimento per ritrovarlo nel patrimonio storico del lavoro è di straordinaria importanza e vitalità, ma è anche (perchè no) di struggente bellezza, soprattutto quando sono i campi, i navigli, i sentieri a fare da proscenio e sfondo alla nostra visita.
Non disdegniamo la riscoperta dei luoghi del lavoro milanesi, relegati da anni all'infelice ruolo di mute sentinelle del degrado, e invece così toccanti nel loro nudo e scarno offrire ricordi, memorie e suggestioni.
Se pensiamo ai valori della società, così impietosi e implacabili nell'annullare il passato, non dovremmo prendere in considerazione questi luoghi. Invece l'immaginario collettivo ha bisogno di riconoscersi in essi, e lì ritrova il rapporto originario con la natura e la sensazione di un'autentica appartenenza storica agli «immensi depositi di fatiche», per dirla sempre con Cattaneo.
Le nostre considerazioni muovono proprio da questi itinerari straordinari, incentrati su una successione di diversi luoghi ed edifici del lavoro.
Certo, la mappa qui disegnata esclude molte realtà, ma solo per evidenti motivi di spazio.
Ce ne scusiamo con chi ne avesse, invece, diritto e pretese.

Per saperne di più:
La pianura tra cascine, navigli e opifici
Le forme, i materiali e gli spazi nel lavoro